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CENNI STORICI

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Le origini

Con una vasta distesa palustre chiamata lago o mare Gerundo, ha inizio la storia di Paullo.
Questo vasto bacino d’acqua, conseguenza delle piene dei fiumi Adda e Serio, e una zona acquitrinosa prossima al lago, ne hanno determinato il nome. Dal latino palus (palude) si passa al toponimo Paullum (nell’anno 1140), quindi Paule (per metàtesi da Padule, nell’anno 1174) e infine Paullo (localmente Paü). Analogamente, nel modenese, dallo stesso termine palus è derivato il toponimo Pavullo.
L’esistenza del lago Gerundo (nome che deriva da Glarea, ovvero ghiaia, quindi Gera) è testimoniata dalle cronache e dai documenti fino all’Alto Medioevo. In seguito, le vaste opere di bonifica operate nel milanese e nel lodigiano, ne decretano la scomparsa.
Nell’era post-glaciale, chiamata anche Olocene, ultimo periodo dell’era quaternaria (iniziato tra 12.000/9.000 anni fa), in seguito allo scioglimento dei ghiacciai, un’immensa massa d’acqua si riversò sulla Pianura Padana in modo tumultuoso, trascinando con sé un’enorme quantità di detriti, che solo in parte si scaricarono nel mare.
I depositi alluvionali accumulatisi sulla pianura si distesero in modo difforme lungo il tragitto delle fiumane sui precedenti detriti marini, cosicché al termine del fenomeno la pianura risultò leggermente più inclinata rispetto al mare.
Questo rimescolamento idrogeologico diede vita ad alvei fluviali in posizione sopraelevata. In seguito all’esondazione delle acque fuoriuscenti dai letti dei fiumi nei periodi di grandi piene, si crearono pertanto grandi distese di acque stagnanti e palustri.
D’altra parte, le secche createsi negli intervalli tra questi straripamenti, provocavano il depositarsi di notevoli quantità di detriti sulle rive dei fiumi con la formazione dei terrazzamenti o coste (detti anche pianalti) tuttora presenti nel territorio (visibili, ad esempio, sulla sponda destra del fiume Adda a Trucazzano e Zelo Buon Persico in parallelo con la corrente del fiume, e sulla sponda sinistra tra Pandino e Palazzo Pignano).
Un paesaggio del tutto diverso da quello antropoformizzato del nostro tempo. Non ci vuole molta immaginazione per vedervi un’enorme area ricoperta da una lussureggiante vegetazione di tipo palustre, infestata da insetti, con delle isole che qua e là emergevano nei pressi dei pianalti.
Era questo il mondo primordiale e ad un tempo dal fascino fiabesco in cui si formò il misterioso lago Gerundo, di cui parlano le leggende e gli storici, con toni di grande suggestione.


Per Paullo, il rapporto con l’acqua è sempre stato fondamentale. L’acqua è, essenzialmente, l’imprinting territoriale primigenio. Ancora oggi, con il reticolo delle rogge e la presenza imprescindibile del canale Muzza, il suo paesaggio, il suo territorio, ne sono profondamente influenzati.
Le tracce più antiche del sito riconducibile a Paullo si possono soprattutto dedurre dall’esame dei residui toponimi in –ago (la cascina Cossago, per esempio) e in –ate (la cascina Linate), tipicamente celtici e indicanti appartenenza, che fanno pensare a sparsi ma consistenti insediamenti di quelle popolazioni, gli Insubri, presenti nel territorio fin dal VI secolo a.C, attratte dalla notevole disponibilità di risorse idriche (lo stesso nome del fiume Adda è di origine celtica e significa acqua corrente).
Il terreno umido e fertile si prestava alla coltivazione del lino. Secondo Plinio il Vecchio questa pianta era particolarmente diffusa in Gallia al punto da imporre a Roma nuove mode di abbigliamento, come la camicia e il mantello con cappuccio. La stessa parola camisia è probabilmente di origine celtica. Il nome della cascina Linate può essere ricondotto alla coltivazione di questa fibra tessile anziché al nome proprio Linus, ipotizzato da qualche studioso (Rohlfs).
Sono, questi, indizi importantissimi. Il susseguirsi di migrazioni, invasioni, colonizzazioni, l’avvicendarsi di molteplici civiltà, principale caratteristica della storia dell’intera nostra penisola, hanno lasciato tracce irrefutabili, non solo sul terreno o sotto di esso, ma, enigmaticamente, nella memoria: nei nomi propri dei singoli luoghi, nella lingua locale. Come relitti erranti di epoca in epoca, i toponimi si tramandano per generazioni, logorati dall’uso, corrotti e trasformati, e giungono fino a noi per svelarci il passato.
Non è invece provata, nonostante il parere di qualche studioso, la presenza, nei secoli VII e VI a.C., di gruppi di popolazione etrusca, costituiti da pastori transumanti, diramatisi dalla vicina Melzo. Ma l’identificazione di questa con la Melpum etrusca distrutta nel 396 a.C. dai Celti è tutta da dimostrare.

 


 

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